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Quattromila vittime del dissesto idrogeologico PDF Stampa E-mail

franaLa testimonianza dell'ex Capo della Protezione Civile Franco Barberi

Contro frane ed alluviosi poche risorse e poca cultura.
Oltre 4mila vittime negli ultimi anni.

Cura del territorio, prevenzione e monitoraggio la ricetta per scongiurare nuove tragedie
di Valerio Gaulerzi

 ROMA - Nel maggio del 1998, dopo piogge particolarmente intense, una gigantesca frana colpì Sarno e altri tre comuni campani provocando oltre 137 vittime. All'epoca direttore della Protezione Civile era Franco Barberi, tornato dal 2001 alla docenza universitaria dopo sei anni alla guida dell'agenzia poi trasformata in dipartimento.

Professor Barberi, seppure in scala ridotta, il dramma si è ripetuto la scorsa notte sulla A3, più a sud di Sarno. Perché rimaniamo così vulnerabili?

"La prima causa è la conformazione morfologica del nostro territorio, con l'enorme quantità di rilievi collinari e montuosi. A questa situazione oggettiva si aggiunge l'intervento umano. Il risultato è che nel corso dell'ultimo secolo abbiamo avuto 5mila alluvioni e 11mila frane, con il 60% dei comuni italiani interessati da questi fenomeni. Complessivamente il tributo di vite umane è stato di 4000 morti, mentre solo negli ultimi 20 anni il costo per la comunità è ammontato a 25 miliardi di euro

Quando parla di intervento umano a cosa si riferisce in particolare?
"I due fattori che aggravano maggiormente instabilità e pericoli sono il taglio dei versanti fatti senza prestare la necessaria attenzione - penso ai tracciati di molte strade - e il restringimento dei percorsi dei fiumi, che in alcuni casi finiscono per essere completamente cementificati sin dalle cime delle montagne".

E' un problema di opere insomma, ma anche di gestione del territorio.
"Sì, in particolare l'abbandono delle montagne e la cura del patrimonio forestale, ma più in generale c'è una grossa mancanza di cultura e di cosapevolezza su come tutelare il territorio e prevenire i rischi".

Si è fatto poco da quando lei è andato via?
"No, in realtà si è fatto molto, ma la mancanza di cultura si intreccia con la cronica inadeguatezza delle risorse economiche. Le autorità di bacino hanno esteso molto l'individuazione delle zone a rischio, anche se la mappatura non è ancora completa. Il problema è che solo una minima parte degli interventi di messa in sicurezza proposti all'attenzione delle Regioni viene effettivamente attuata per via dei costi elevatissimi. Poi c'è l'aspetto del monitoraggio. Oltre a sapere che una località è a rischio bisogna sapere quanta pioggia è in grado di sopportare e in tempo reale quanta effettivamente ne sta cadendo. All'epoca di Sarno di tutto questo non c'era traccia e le informazioni arrivavano a fatica e in maniera imprecisa. Ora grazie ai sistemi di teletrasmissione le cose sono migliorate anche se resta molto da fare.

Per spendere si preferisce aspettare l'emergenza.
"E' esattamente questo invece che bisogna evitare di fare, ma ancora si fatica a comprendere che i benefici della prevenzione sono incomparabili. Mi ero illuso che questo concetto fosse finalmente diventato patrimonio degli italiani, ma non è così e la cosa mi fa rabbia. Bisogna mettersi in testa che la messa in sicurezza dei versanti non sono soldi buttati via, ma rappresentano un sostegno alle attività produttive in zone, come quelle di montagna, spesso depresse. Dove questi interventi sono stati fatti, come in Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna, i risultati sono stati molto buoni".

Ma come si fa individuare micro-aree particolarmente sensibili, come quella che ha provocato la tragedia sulla Salerno-Reggio Calabria?
"Strade, autostrade e ferrovie sono spesso le infrastrutture più colpite. Credo che importanti miglioramenti potrebbero essere ottenuti se i concessionari (Anas, Autostrade e Fs) fossero tenuti ad assicurare la sicurezza degli utenti anche rispetto alle frane, cosa che oggi non avviene".

Tornando agli interventi: gli ambientalisti sostengono: si continuano a privilegiare vecchie logiche anziché puntare sull'ingegneria naturalistica.
"Bisogna optare per l'ingegneria naturalistica dovunque sia possibile, ma la mia esperienza mi insegna che in alcuni casi il cemento resta indispensabile"

 


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